Crescere nella scuola, nonostante la scuola

Ci sono ferite che una madre vede prima di tutti gli altri.

Non lasciano lividi.

Non finiscono al pronto soccorso.

Ma fanno male lo stesso.

Ho visto quelle ferite negli occhi di mia figlia per anni.

Giulia è dislessica.

E chi vive accanto a un ragazzo neurodivergente sa che la fatica non è soltanto fare i compiti, preparare un’interrogazione o superare una verifica.

La fatica vera è continuare a credere in sé stessi quando il mondo sembra voler misurare soltanto ciò che non riesci a fare.

L’ho vista studiare più degli altri e raccogliere meno degli altri.

L’ho vista tornare a casa con la sensazione di non essere abbastanza.

L’ho vista perdere fiducia.

E sì, l’ho vista anche arrendersi.

Perché non tutti gli insegnanti riescono a leggere ciò che c’è oltre una prestazione, un voto o una verifica.

Non tutti riescono a cogliere la sua neurodivergenza.

Quella neurodivergenza che, certo, le rende più faticose alcune strade, ma che è anche parte della sua straordinaria intelligenza, della sua sensibilità e del suo modo unico di osservare il mondo.

Io, invece, ho avuto il privilegio di vedere tutto questo.

Ho visto una ragazza preziosa.

Una ragazza rara.

Una ragazza che troppo spesso veniva misurata per quello che faceva fatica a fare, anziché per il valore immenso di ciò che era.

L’anno scorso Giulia ha sbattuto la faccia contro un muro.

Un muro fatto di incomprensioni, di fatica e di voti che non raccontavano davvero chi fosse.

Un muro che, per un momento, ha fatto vacillare persino la fiducia che aveva in sé stessa.

Poi è arrivato il cambio di scuola.

Non una fuga.

Un nuovo inizio.

Ma i nuovi inizi chiedono coraggio.

E i cambiamenti non sono mai semplici quando hai già dovuto lottare per conquistarti ogni passo.

Insieme alla nuova scuola è arrivata una sfida che sembrava quasi una presa in giro del destino.

L’informatica.

Una materia completamente nuova.

Una materia che non aveva mai studiato.

Una materia che, all’inizio, non capiva.

Ricordo le prime volte che ne parlavamo.

La confusione.

La frustrazione.

Le pagine lette e rilette.

Le domande che sembravano non trovare risposta.

“Non ce la faccio.”

“Non capisco.”

“Non fa per me.”

Ogni volta che pronunciava quelle parole avevo l’impressione che non stesse parlando soltanto dell’informatica.

Dalla cattedra avevo imparato a riconoscere le difficoltà.

Da madre stavo imparando a riconoscere le ferite che possono lasciare.

Stava parlando di tutte le volte in cui si era sentita inadeguata.

Di tutte le volte in cui qualcuno aveva visto la sua difficoltà senza riuscire a vedere il suo talento.

Eppure, a un certo punto, qualcosa è cambiato.

Non da un giorno all’altro.

Non per magia.

Ha iniziato a provarci davvero.

Ha smesso di chiedersi se ne fosse capace.

Ha iniziato a concedersi il diritto di non capire subito.

Di sbagliare.

Di riprovare.

Di fare una domanda in più.

Di restare un po’ più a lungo dentro una difficoltà invece di fuggirla.

E giorno dopo giorno è successo qualcosa di meraviglioso.

Quella materia che sembrava una lingua sconosciuta ha iniziato ad avere un senso.

La paura ha lasciato spazio alla curiosità.

La sfiducia ha lasciato spazio alla fiducia.

Durante l’estate Giulia non ha imparato soltanto l’informatica.

Ha imparato qualcosa di molto più importante.

Ha imparato a fidarsi di sé stessa.

Quando è arrivato il giorno dell’esame di ammissione, io ero più agitata di lei.

Credo che le madri siano fatte così.

Portano sulle spalle anche le battaglie dei propri figli.

Giulia ha sostenuto l’esame di informatica.

Ha preso il massimo dei voti.

E ha ricevuto i complimenti della commissione.

Ma non è questo il ricordo che custodisco.

Quello che non dimenticherò mai è il suo sorriso all’uscita.

Perché in quel sorriso non c’era il voto.

C’era una ragazza che aveva smesso di definirsi attraverso le proprie difficoltà.

C’era una ragazza che aveva scoperto di essere molto più forte delle paure che si portava dietro.

Il valore di Giulia non è nato il giorno in cui ha preso il massimo dei voti in informatica.

Quel valore c’era già.

C’era nelle sue fatiche.

Nelle sue lacrime.

Nelle sue cadute.

Nella sua ostinazione a riprovarci quando sarebbe stato molto più facile smettere.

Quel giorno, semplicemente, anche gli altri hanno potuto vederlo.

E per una madre, ed ex professoressa di liceo, non c’è soddisfazione più grande.

Perché il successo di Giulia non è il massimo dei voti.

Non sono i complimenti della commissione.

Non è nemmeno l’informatica.

Il vero successo è che una ragazza che per anni si è sentita inadeguata abbia smesso, finalmente, di guardarsi attraverso le proprie difficoltà.

E abbia iniziato a guardarsi per ciò che è.

Mentre tornavamo a casa, ho ripensato a tutte le volte in cui l’avevo vista dubitare di sé stessa.

E ho capito che la vittoria più grande non era in quell’esame.

Era arrivata molto prima.

Nel momento in cui aveva deciso di provarci.

Nel momento in cui aveva smesso di scappare dalla paura.

Nel momento in cui aveva iniziato a credere che il suo valore non dipendesse da un voto.

Forse crescere significa proprio questo.

Non diventare qualcun altro.

Ma trovare il coraggio di essere sé stessi.

Anche quando il mondo continua a dirti che non sei abbastanza.

E se oggi ripenso a Giulia, alla sua estate, all’informatica, a quell’esame e a quel sorriso, una cosa la so con certezza.

La scuola può insegnare molte cose.

Ma le lezioni che ci cambiano davvero sono quelle che impariamo su noi stessi.

E quella più importante, Giulia, l’ha imparata benissimo:

nessun muro ha il diritto di decidere fin dove puoi arrivare.

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